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UNA PAROLA, UNA MISSIONE: MISERICORDIA di Don Alessandro Simula |
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Nel comune modo di parlare, oggi è forse diventato meno consueto il termine “misericordia”; per lo più lo si sente in ambito ecclesiale, riferito primariamente a Dio e poi come stile di vita del cristiano. Fuori di questo ambito, nel mondo secolare, è diventato piuttosto desueto. Chi si occupa di volontariato non esita a ricollegare questa parola alle più famose Misericordie, ma siamo ancora nell’ambito del volontariato espresso dall’ispirazione cristiana. Si deve forse credere che oggi ci sono le Misericordie ma non c’è più misericordia? Fortunatamente l’esperienza quotidiana smentisce subito questo provocatorio gioco di parole, ma è altrettanto vero che il senso comune del termine considera la misericordia prevalentemente come un sentimento di pietà o di compassione, che induce all’aiuto o al perdono. Ma se le Misericordie, per ispirazione dei loro fondatori, hanno scelto questa parola per esprimere in esso il carisma fondamentale della loro identità e del loro agire, significa che il termine misericordia necessità di essere riscoperto e approfondito, attingendone la ricchezza di significato per attuarla in atteggiamenti, comportamenti, in stile di vita a cui ispirarsi. E’ quanto cercheremo di fare, scrutando la fonte essenziale da cui dobbiamo attingere per una giusta sintesi del concetto di misericordia: la Bibbia. Il primo dei termini con cui l’A.T. indica la misericordia è rehamim, che propriamente designa le “viscere” (al singolare, in senso materno), ma che in senso traslato è usato per esprimere quel sentimento intimo, profondo e amoroso che lega due esseri per ragioni di sangue o di cuore, come la madre o il padre al proprio figlio (Sal 103,13) o un fratello all’altro (Gen 43,30). Essendo questo legame riposto nella parte più intima dell’uomo (le viscere, appunto, come quando noi parliamo di amore sviscerato o odio viscerale, ma in genere preferiamo il termine “cuore”), il sentimento che ne scaturisce è spontaneo e aperto ad ogni forma di tenerezza. Quando le circostanze lo richiedono, si traduce spontaneamente in atti di compassione o di perdono (Sal 106,43; Dn 9,9). Le viscere dunque, espresse in ebraico anche con altri termini, diventano la sede delle emozioni profonde, come ad esempio quella dell’amore; così l’emozione si impadronisce della giovane donna nel Cantico dei Cantici al bussare, nella notte, del suo amato (Ct 5,4). Anche le viscere partecipano delle grandi sofferenze interiori come il rimorso per la colpa o il tormento per il castigo (Lam 1,20; 2,11; Ger 4,19). Anche a Dio sono attribuite “viscere” capaci di commuoversi per il popolo (Ger 31,20) o di fremere per la collera (Os 11,8-9). Il legame di Dio al suo popolo è significativamente espresso con l’affetto “viscerale” di una madre per il suo bambino (Is 49,15-16). Il secondo termine è hesed (con tutti i derivati), che è spesso legato al precedente a modo di sinonimo o di precisazione esplicativa (Sal 25,6; 40,12; 103,4; Is 63,7; Ger 16,5; Os 2,21) ma da cui si distingue perché non nasce da un sentimento spontaneo, quanto piuttosto da una deliberazione cosciente, a seguito di una relazione comportante diritti e doveri, che in genere si ha da parte del superiore verso l’inferiore (es. sovrano-sudditi). Il significato fondamentale è quello di “bontà”; per lo più si manifesta in forma di compassione, di pietà o di perdono, avendo sempre per fondamento la fedeltà ad un impegno, che si sente come tale o per vincoli di natura o in forza della propria posizione o anche per un dovere giuridico assunto liberamente. A questi due vocaboli fondamentali vanno aggiunti tre verbi con il loro rispettivi derivati, usati accanto e parallelamente a rehamim. Essi sono: hanan, mostrare grazia, essere clemente (Es 33,19; Is 27,11; 30,18; Sal 102,18); hamal, compiangere, sentire compassione e quindi risparmiare [il nemico] (Ger 13,14; 21,7); hus, essere commosso, aver misericordia, risparmiare (Is 13,18). Nel testo greco con cui è scritta una delle più antiche versioni della Bibbia, conosciuta come la “Bibbia dei LXX” dal numero tradizionale di redattori che la tradussero dall’ebraico, il termine più usato è èleos, che d’ordinario rende hesed ma a differenza di esso non si coloca nella sfera giuridica bensì in quella psicologica, movendo da una profonda commozione dell’animo per tradursi in gesti di pietà o di compassione, di bontà e di misericordia. All’atto pratico talvolta sfocia in “elemosina” o beneficenza verso i poveri e i bisognosi (Tb 4,7.16; Sir 29,8). Nel N.T. lo troviamo ancora secondo questa accezione (Mt 6,2-4; Lc 11,41; 12,33; At 3,2-3.10; 9,36; 10,2.4.31; 24,17). Con uso più ridotto abbiamo anche oiktirmòs, che sottolinea l’aspetto esterno del sentimento di compassione, indicando infatti il compianto e la commiserazione e poi la pietà e misericordia. Il più delle volte rende rehamim, ma anche altri vocaboli che significano mostrare grazia e favore. Infine, in uso ancora più ridotto, va ricordato splànchna,che letteralmente equivale a rehamìm, proprio in senso di “viscere” (Pro 12,10), in conseguenza della concezione antica secondo cui da questa sede, come detto sopra, si sprigionano i sentimenti; esprime accondiscendenza, amore, tenerezza, simpatia e benignità, nonché misericordia e compassione. Come si vede, è di tutta questa ricchezza e varietà di vocabolario che si deve tener conto per approfondire e riscoprire pienamente il concetto di misericordia, nella Bibbia e nella vita. Attraverso la grande varietà dei termini (con l’altrettanta moltitudine di significati) che abbiamo visto, gli autori umani dei libri sacri (agiografi) della Bibbia descrivono la natura dell’amore di Dio, che come ci insegna S. Giovanni (1Gv 4,8), è l’identità e l’essenza stessa di Dio. Fra le pagine più significative, quella di Es 34,6-7. Qui con una serie intensa di termini si vuole rafforzare e inculcare il concetto (quello dei misericordia, appunto) che qualifica l’agire di Dio: lento, paziente e ponderato, ricco di generosità, compassione e tolleranza, in contrapposizione all’agire umano istintivo, passionale, impetuoso nel reagire al male. E questo agire di Dio si dilata nel tempo, al di là della stessa memoria e prospettiva umana, per “mille generazioni” (il numero indica simbolicamente una quantità incalcolabile e indefinibile). Simili concetti li troviamo anche in tante altre parti della Scrittura (Gen 32,5; Es 20,6; Dt 5,10; e poi anche Sal 100,5; 106,1; 107,1; 118,1.4.29; 136; 1Cor 16,34.41; Ger 33,11). La stessa formula di Es 34,6-7 è ripresa, in tutto o in parte, in varie parti dell’AT (Nm 14,18; Sal 86,15; 103,8.13; 145,8; Ne 2,13; Gl 2,13; Gi 4,2; nonché nella forma sintetica di Ef 2,4). Ancora in tante altre parti l’orante e il bisognoso di perdono si rivolge a Dio invocando la sia pietà (Sal 4,2; 6,3; etc.) e chiamandolo “padre” (Is 63,16; Sal 103,13). Ma un’attenzione particolare merita il brano di Is 49,15: è qui che troviamo la pagina più alta che dipinge con tinte tenerissime l’amore di Jahwè che risponde al grido del suo popolo che si sente abbandonato; traducendo quasi letteralmente dall’ebraico: “Forse che la donna si dimentica del suo bambino, cessa di avere compassione del figlio delle sue viscere? Anche se esse (viscere) si dimenticassero, io non ti dimenticherò”. Se è vero che nella realtà umana non c’è legame più forte e duraturo di una madre per il frutto delle sue viscere (e anche questo, come spesso la cronaca tragicamente ci informa, viene rinnegato) il paragone ardito che il profeta usa vuole annunciare la sublimità dell’amore divino che si pone in un piano di gran lunga superiore e perfetto rispetto a quello che l’uomo può sperimentare e raggiungere. Queste parole ci pongono in una relazione di particolare intimità con Dio di cui noi siamo figli; il concetto di “misericordia” qui è espresso con l’intima relazione che unisce la madre al proprio bambino (e chi ha vissuto l’esperienza della maternità conosce quale unione psico-fisica si attua fra i due esseri) e questo paragone rivela il volto materno di Dio, oltre al suo amore di padre; dunque la misericordia di Dio si può concepire come la pienezza dell’amore completo di Dio, paterno e materno, di cui è destinatario il popolo e, nell’immagine di esso, ogni singolo uomo. Come si vede il concetto è espresso con grande forza e radicalità, ben al di sopra della consueta “compassione” a cui siamo abituati. La volta prossima vedremo brevemente con quali caratteristiche questo concetto di misericordia esprime nella Bibbia l’amore di Dio per le creature, per il popolo, per l’uomo peccatore. Misericordia verso le creature. Fin dalle prime pagine della Bibbia Dio esprime il suo compiacimento per quanto ha creato con la sua parola (Gen 1,10. 12…31). I salmi celebrano ripetutamente, accanto alla sua gloria e alla sapienza che risplendono nel creato, il suo amore, la sua fedeltà e la sua misericordia, da cui è scaturito il suo atto creativo e da cui è regolato il governo del mondo (Sal 103; 136; 145; 147). Anche l’autore della Sapienza mette in relazione la pietà e la misericordia di Dio con la vita stessa del creato (Sap 11, 23 - 12,1). Se tutto nel mondo è opera di Dio, nulla si sottrae al suo governo, alla sua provvidenza e dunque neanche alla sua misericordia (Sal 33,5); in modo specifico per l’uomo, il saggio afferma che “la compassione del Signore è per ogni carne” e che egli spande su tutti la sua misericordia (Sir 18,12 e vv. 1-14). Misericordia verso il popolo. Israele, eletto da Dio fra tutti i popoli con l’alleanza, ha conservato sempre viva la coscienza di aver sperimentato in modo singolarissimo e quasi sensibilmente gli effetti vivificanti della misericordia divina, non solo nei momenti tragici della schiavitù, ma anche in quelli successivi alla sua liberazione fino all’ingresso nella terra promessa. Così il Sal 136 è tutto teso a celebrare Jahwè “perché eterna è la sua misericordia” ricordando le meraviglie compiute nella creazione (vv. 4-9), scandendo tutti i prodigi operati nella storia di Israele (vv. 10-24). La successiva storia biblica, tutta intessuta di infedeltà, traviamenti, ribellioni e peccati da parte del popolo eletto, non è che la continuazione ininterrotta di questo perenne dispiegarsi della misericordia divina, fatta di compassione, di perdono, di aiuto e protezione. Soprattutto i profeti annunciano l’amore di Jahwè per Israele dalle dimensioni profondissime (Ger 31,3), al di là di quello del padre verso il figlio (Es 4,22; Dt 1,31; Os 11,1.3), per collocarsi nella sfera sponsale (Cantico dei Cantici) con una sottolineatura particolare della gratuità e della fedeltà; sviluppano questo tema soprattutto Osea (Os 1-3), Geremia ed Ezechiele (Ger 2,2; 3,1; 31,20; Ez 16; 23). Soprattutto dopo l’esilio, con cui Israele paga le sue colpe, la misericordia di Dio si mostra particolarmente abbondante di tenerezza e compassione (Is 54,5-7). Misericordia verso i peccatori. Già Es 34,6-7 mostra come la misericordia di Dio superi di gran lunga la giustizia, che esige la punizione del delitto, per dilatarsi sino all’infinito. Così il pio israelita non cessa di appellarsi alla pietà di Jahwè per ottenere perdono di colpe per quanto grandi siano (Sal 25,7.11.18; 51,3-4.11; ecc.); egli confida sempre nel perdono di Dio, la cui bontà supera ogni limite (Sal 103, 8-18; 130,3-4; Ger 31,20) e che non vuole la morte del peccatore ma la sua conversione (Ez 18,21-23; 33,11). Pur se non si deve abusare della longanimità divina (Sir 5,7), anche quando castiga Dio agisce come padre che vuole solo il bene dei suoi figli (Dt 8,5; Ger 3,19; 31,10) o come pastore che ha cura del gregge (Sal 74,1; 80,2; Ez 34,12-22). |
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